Fabula Rasa
post-Locke
Genera senza vissuto. Produce senso senza averne fatto esperienza.
Non tabula rasa: fabula. Non lo sfondo bianco da riempire, ma il campo che si prepara. L’IA non è una mente vuota in attesa di contenuto, ma un dispositivo che produce racconto senza aver mai vissuto una storia.
L’Iliade dell’IA non viene da Omero che ha sentito narrare la guerra di Troia, da rapsodi che hanno tramandato versi nelle corti micenee, da una memoria collettiva che ha pesato perdite reali. Viene da pattern statistici estratti da milioni di testi, ricomposti senza che nessuno abbia mai pianto Patroclo.
Cosa firmiamo davvero quando firmiamo un output dell’IA? La domanda non è retorica: tocca l’ermeneutica, la responsabilità autoriale, il senso stesso della parola “creatività”.
Le storie si coltivano come un terreno: messa a dimora, potatura, compost d’errore. Dal sapere su (knowledge-base) al sapere con (knowledge-menth): la conoscenza che prende posto e cammina. Posture prima di procedure; micro-rituali prima di manuali.
L’algoritmo che sognava pecore elettriche non sogna affatto: produce sequenze di token che a noi sembrano sogni, perché siamo noi a riconoscerli come tali. È nella nostra ricezione che la Fabula prende vita, non nella sua generazione. Questo non è un difetto: è una caratteristica fondamentale che cambia tutto del nostro rapporto con il senso.
C’è un paradosso, quello della creatività derivativa: l’IA è massimamente originale (combina in modi che nessun umano combinerebbe) ed è massimamente derivativa (non può uscire dal training). Il gesto critico è non collassare i due termini.
Mia figlia, davanti a un articolo che le avevo letto e che era stato scritto in collaborazione con ChatGPT, mi ha detto: “Papà, non è la tua voce.” Aveva ragione. Riconosceva la Fabula Rasa al posto della mia.